[[{“value”:”
Il governo Meloni ha dovuto ammettere un altro mezzo errore sul fronte fiscale, dopo la denuncia della CGIL e dei Centri di assistenza fiscale (CAF): milioni di lavoratori e pensionati rischiavano di pagare acconti Irpef più alti del dovuto.
Il motivo? Una norma scritta male che, per il calcolo degli acconti da versare nel 2024 sul reddito 2025, utilizzava ancora le vecchie aliquote a quattro scaglioni, anziché le nuove a tre introdotte dalla riforma fiscale.
Un corto circuito generato dal decreto della delega fiscale che introduceva l’Irpef a tre aliquote solo per il 2024, lasciando invariati gli acconti a quattro aliquote per il 2024 e il 2025, e la norma dell’ultima legge di Bilancio con cui la riforma Irpef a 3 aliquote è stata resa strutturale dal 2025 in avanti.
Un equivoco che avrebbe significato per i cittadini semplici anticipare più tasse, che si sarebbero recuperate solo un anno dopo. Notizia che ha fatto il giro dei giornali in queste ore e che ha portato il governo a intervenire tramite comunicato del Ministero dell’economia.
Travolto dalle proteste, il Mef ha diffuso una nota ufficiale promettendo un intervento correttivo, che arriverà probabilmente dopo il 10 aprile, in tempo – assicurano – per evitare “aggravi in termini di dichiarazione e di versamento”.
Vediamo cosa è successo, passo per passo, e come verrà risolto tutto.
Iscriviti al canale Telegram di LeggiOggi per ricevere news fiscali come questa.
Il taglio delle aliquote Irpef… a metà
Nel 2024, il governo ha varato una mini-riforma dell’Irpef. L’obiettivo: semplificare il sistema e ridurre il carico fiscale per i redditi medio-bassi. Si è passati da quattro a tre aliquote:
23% fino a 28.000 euro (prima era solo fino a 15.000 euro)
35% da 28.001 a 50.000 euro
43% sopra i 50.000 euro
Una riforma che vale solo per i redditi a partire dal 2024 e che, secondo la legge di Bilancio, sarà confermata anche per gli anni successivi.
Ma c’è un problema: quando si paga l’acconto, cioè l’anticipo sulle tasse dell’anno dopo, si usa normalmente il metodo “storico”, cioè si prende l’Irpef netta dell’anno prima e si versa in anticipo il 100% (diviso in due rate: giugno e novembre).
E qui è scattata la contraddizione.
Gli acconti Irpef con le vecchie regole
Nonostante la riforma Irpef sia già in vigore e stabilizzata anche per il 2025, per il calcolo degli acconti Irpef del 2024 (che si riferiscono appunto al 2025) il governo aveva previsto l’uso delle vecchie regole del 2023, con quattro aliquote e detrazioni più basse.
Questo perché, tecnicamente, la norma che riduce le aliquote era stata presentata come temporanea solo per il 2024, e solo successivamente stabilizzata dal 2025 in poi.
Morale: si sarebbero pagati anticipi calcolati su un sistema fiscale che non esiste più. Un cortocircuito normativo.
Chi rischiava di pagare di più
Il pasticcio colpiva soprattutto lavoratori dipendenti e pensionati che nel 2023 avevano avuto un piccolo conguaglio a debito – per esempio, per un bonus recuperato, un reddito accessorio, un rimborso da dichiarazione precedente.
Persone che normalmente non versano acconti Irpef, perché tutto è trattenuto direttamente in busta paga o nel cedolino della pensione.
Ma in questi casi particolari, se emerge un debito, il sistema fiscale li obbliga a pagare l’acconto anche per l’anno successivo.
Con le vecchie aliquote, però, l’importo dell’acconto risulta più alto di quello che sarà effettivamente dovuto con le nuove.
In sostanza il problema è sugli acconti Irpef:
Il Governo aveva scritto nella legge che per calcolare l’anticipo IRPEF (cioè l’acconto per l’anno dopo), si doveva usare ancora il vecchio sistema a 4 aliquote, quindi:
❌ Calcolo con le vecchie regole = imposta più alta → acconto più alto
➡️ Paghi più del dovuto in anticipo, e recuperi il credito l’anno dopo.
📌 Esempio semplificato
Mettiamo che nel 2023 un contribuente ha pagato:
– IRPEF netta: 3.000 € (con le 4 aliquote)
Nel 2024, con la nuova legge:
– IRPEF netta vera: 2.700 €
Però l’acconto per il 2025 (da pagare nel 2024) viene calcolato su 3.000 €, quindi:
– Si paga in anticipo 300 € in più rispetto a quanto servirà davvero.
– E questi soldi tornano solo nel 2026, con la dichiarazione dei redditi del 2025.
Le proteste dei sindacati
La prima a suonare l’allarme è stata la CGIL, insieme al Consorzio nazionale CAAF CGIL. In una lettera inviata al ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti e al viceministro Maurizio Leo, hanno denunciato il “grave rischio di penalizzazione” per milioni di contribuenti.
Due le richieste avanzate: applicare subito le nuove aliquote anche per calcolare gli acconti oppure, almeno, autorizzare formalmente il “metodo previsionale”, cioè il calcolo libero dell’acconto in base alle previsioni reali, senza rischio di sanzioni.
Il comunicato stampa del governo
Dopo giorni di silenzio, la pressione si è fatta troppo forte. Il 25 marzo, il Ministero dell’Economia ha diffuso un comunicato ufficiale in cui ammette il problema e annuncia l’intenzione di intervenire “anche in via normativa”, per evitare che qualcuno paghi più del dovuto.
Nella nota si legge:
“Sono pervenute segnalazioni in merito a un maggior carico fiscale per i lavoratori dipendenti che verrebbero gravati dell’onere di versare l’acconto Irpef per il 2025 anche in mancanza di redditi ulteriori.”
Il Mef ha precisato che l’incongruenza nasce dal fatto che le modifiche erano inizialmente previste per un solo anno (2024), ma poi sono diventate strutturali. Il cortocircuito normativo non era stato previsto, né corretto in tempo.
Per evitare confusione, in sostanza, il governo cambierà la norma, così sarà chiaro che si devono usare le aliquote nuove (quelle del 2025) per calcolare l’acconto.
La promessa è che la correzione arriverà “in tempo utile” per la campagna fiscale, e costerà circa 250 milioni di euro alle casse pubbliche (cioè in minori incassi di acconti Irpef nel 2024).
Per ricevere altre news come questa iscriviti gratis alla Newsletter di LeggiOggi. Compila il form qui sotto:
Foto: istock/baona
“}]]
Pubblicato in leggioggi.it